Omotransfobia, giornata da dedicare alle vittime in Cecenia, 5 giugno manifestazione a Roma promossa da Amnesty International

La giornata internazionale contro l’omo-transfobia va dedicata quest’anno alle vittime delle persecuzioni in Cecenia e più in generale a tutti quei Paesi in cui ancora l’omosessualità è criminalizzata o repressa dalla società.

In Italia, come negli altri Paesi, bisogna ricordare che la battaglia contro l’omofobia riguarda il diritto all’identità di ogni persona e investe quindi l’intera cittadinanza.


Per tener viva la memoria, il nostro circolo ha promosso per venerdì 19 maggio (ore 18:00 biblioteca Raffaello, Roma) una conferenza sul caso Braibanti, che risale al 1968, l’unico caso nella storia della repubblica italiana in cui il reato di plagio fu usato per distruggere una coppia omosessuale e torturare con oltre 40 elettroshock un giovane di 20 anni.


La battaglia contro le discriminazioni delle persone Lgbti non è una questione di minoranza, un tema di categoria o tantomeno un tema geopolitico. E’ un tema che riguarda i diritti umani.
Per questo, il nostro circolo, insieme al movimento “Noi esistiamo“, aderisce convizione alla manifestazione promossa da Amnesty international il prossimo 5 giugno a Roma, per tenere alta l’attenzione sui fatti in Cecenia e rivendicare i diritti delle persone lgbt come diritti umani universali

A sostegno degli attivisti e della attiviste russe verrà infine organizzata domenica prossima 21 maggio presso il circolo Arci Sparwasser di Roma una serata di raccolta fondi per il network internazionale All Out, che sarà anche occasione per sostenere la mobilitazione del 5 giungo e sensibilizzare la società civile.

Friarielli in guantoni da Boxe

orlandocruzjorgepazosvorlandocruzaysrgs_po7gldi Tom Dacre

Durante una puntata del Grande Fratello Vip (programma su cui non mi esprimo) il pugile Clemente Russo, argento olimpico a Pechino e Londra tra i pesi massimi e concorrente del reality, ha definito  “friariello” un altro concorrente del programma, Bosco Cobos, per sottolinearne l’omosessualità.
L’accaduto, oltre a mostrare l’omofobia del pugile in questione, di certo non fa onore alla nobile arte del pugilato, dove ci sono stati esempi di campioni friarielli, come il peso piuma portoricano, Orlando Cruz, soprannominato El Fenòmeno, ancora in attività, che si è dichiarato omosessuale nel 2012.

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Emile Alphonse Griffith

Altro esempio di campione friariello è l’afroamericano Emile Alphonse Griffith, venuto a mancare nel 2012, che dichiarò la propria bisessualità (eh sì, esistiamo anche noi bisex) tardivamente, nel 2005, anche se era già nota quand’era in attività e quando deteneva il titolo di campione mondiale dei pesi welther, tra il 1962 e il 1968.
Furono per lui anni difficili, non solo Griffith era friariello, ma era pure negro, in un’epoca in cui entrambe le categorie erano discriminate, anche legalmente, nei democratici Stati Uniti d’America: le leggi segregazioniste prevedevano meno diritti civili per la cittadinanza nera e scuole, ristranti bagni pubblici e posti sui mezzi di trasporto dedicati, diversi da quelli delle persone bianche; l’omosessualità in molti Stati dell’Unione era punita con il carcere.

 

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Griffith durante l’icnontro che fu fatale a Benny Paret

Il peso delle discriminazioni cui Griffith era sottoposto fu visibile nel match che gli consegnò il titolomondiale, il 24 marzo del 1962; in quell’occasione l’avversario, Benny Paret, gli diede del marìcon (frocio in spagnolo), credendo così di abbatterlo e sminuirlo, sortendo l’effetto contrario: l’orgoglio e la rabbia di Griffith aumentarono, la forza dei suoi affondi fu enorme, e i suoi colpi, purtroppo, portarono Paret al coma e, dieci giorni, dopo alla morte.
A Griffith l’amarezza per la morte dell’avversario rimase tutta la vita, tuttavia il suo perseverare a partecipare a uno sport nonostante l’odio e le discriminazioni, sono un esempio per la comunità LGBT+ e non solo.

 

Omofobia: domani 1° Ottobre associazioni in protesta a Roma, in piazzale Flaminio

contromofobia-flyerDopo gli ultimi due eclatanti atti omofobi consumatisi prima nella Gay Street, cuore della movida LGBTQI che ha visto crescere generazioni di persone omosessuali e poi nel centralissimo quartiere Flaminio, dove lo scorso 26 settembre un ragazzo di vent’anni è stato aggredito da tre sconosciuti scappati all’arrivo dei passanti pronti a soccorrerlo, le Associazioni LGBTQI lanciano un appello e si danno appuntamento Sabato 1° Ottobre Piazzale Flaminio dalle 17 alle 18, per un Flash Mob di protesta mirato a porre l’attenzione sui lavori riguardanti la Legge contro l’Omofobia.

Stanchi e stanche di subire azioni violente guidate dall’odio, le associazioni Anddos-Gaynet Roma, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Famiglie rcobaleno,  Di’GayProject, Agedo Roma, Equality Italia, Gaycs, I Mondi Diversi, Uaar Roma, Beyond Differences Onlus, OmofobiaStop, Ass.ne GayStreet Roma e Gay Villagedanno appuntamento a tutti i sostenitori e tutte le sostenitrici dei diritti civili presso Piazzale Flaminio, dove avrà luogo un Flash Mob di denuncia della mancanza di tutela verso le persone vittime di omofobia e di ogni discriminazione.
La mancanza della Legge contro l’Omofobia ha una eco molto forte soprattutto in queste ore in cui si consumano violenze gratuite ed ingiustificabili  cui i media stanno dando il giusto risalto.
I casi di violenza sono migliaia in un Paese dove la violenza omofoba trova ancora troppo spazio rimanendo impunita e prolificando nel degrado culturale in cui la società sta versando.

Ci domandiamo infine la sindaca Virginia Raggi cosa attenda a convocare il tavolo comunale delle associazioni lgbtqi, che da alcuni anni produce centinaia di iniziative, progetti e, formula proposte culturali e sociali per contrastare l’omofobia.

Le domande poste dalla folla mirano ad instaurare un dialogo con la giunta appena insediata, affinché questa possa fornire loro delle risposte su quali saranno i provvedimenti e le politiche sociali per migliorare la nostra città, proprio in tema di omofobia e di informazione.

Attenzione e riguardo sono rivolte anche e soprattutto verso il governo, da cui il movimento aspetta risposte concrete, perché nel 2016 è inaudito che le perosne omosessuali bvengano aggredite, derise o emarginate perché omosessuali! 

E’ ora di agire. E’ ora di legiferare!

Ci vediamo tutte e tutti Sabato 1° Ottobre
in piazzale Flaminio
alle ore 17.00

Caso Varani: specchio o fantasma di una comunità

Foffo: “ho avuto con Marco solo un rapporto orale a causa dell’alcol e della droga che avevamo assunto”.

imgLuca Varani: un nome che da giorni riecheggia in tutti i mezzi di comunicazione, dalla tv ai quotidiani online.
Un nome che risveglia sentimenti di pietà, indignazione e vergogna, ma anche rabbia, frustrazione e disorientamento. Un nome che risuona nelle coscienze di ogni individuo, che chiedono chiarezza e gridano vendetta.
Molta è la curiosità sullo svolgimento reale dei fatti, ma questo è ancora pertinenza delle indagini; al momento potrebbe essere invece più fruttuoso interrogarsi sul perché un episodio come questo, all’apparenza non troppo dissimile da altri presenti nelle cronache, abbia suscitato tanto scalpore e, soprattutto, su come sia divenuto simbolo di una lotta civile ben diversa.
Il soggetto della vicenda, un ragazzo “come tanti” e i complementi ad esso associati, alcol e droga, sono chiaramente centrali nella risposta a questi quesiti: l’elemento che sconvolge maggiormente gli animi è la natura del protagonista del dramma, ovvero il suo essere il ragazzo della porta accanto che lo rende, di volta in volta, un eventuale figlio, fratello, amico.

Eppure, la risposta non è tutta qui: ogni evento può essere interpretato non solo sul piano di realtà, ma anche su quello simbolico e affettivo, in quanto portatore degli affetti e dei sentimenti del diretto interessato ma anche dell’osservatore o dell’osservatrice.
Ridurre la caleidoscopica complessità umana solamente a carne e sangue sarebbe un errore quanto meno sciocco, tanto più che si andrebbe a trascurare un aspetto fondamentale nel determinare qualsiasi interscambio, sia esso sano o patologico, tra esseri umani, cioè la cultura all’interno della quale quell’interscambio avviene.
Basta analizzare anche superficialmente il tessuto sociale e culturale di riferimento, quello italiano medio, per comprendere non solo alcuni aspetti della vicenda in sé, ma anche gli usi che ne sono stati fatti nonché la scelta di alcune espressioni comparse negli articoli che hanno trattato il caso.

Non è possibile trascurare la base ancora profondamente omofoba e sessuofobica della società italiana per operare un’analisi davvero accurata: non stupisce l’evidente confusione, oltre che l’ingenua sovrapposizione, tra l’orientamento sessuale e l’omicidio che si sta trattando.

Non è che la vecchia questione del saggio che indica la luna e dello stolto che guarda il dito: la luna, ovvero il fatto accaduto, può essere semplicemente una psicosi indotta dall’abnorme quantità di sostanze stupefacenti di cui i due omicidi hanno abusato; il dito è l’orientamento sessuale di uno, due o tutti e tre i ragazzi, il quale può essere di qualsisi tipo e, intelligentemente, messo da parte nel guardare all’evento.

Invece no: non solo si è parlato di “festino gay”, ma anche di “comunità gay”.

Ora, cosa vuol dire “festino gay”?
img 3Una festa cui partecipano persone il cui orientamento sessuale è gay? Cosa sta a qualificare l’attributo “gay” in un’espressione simile?
Pur volendo confidare nella buona fede di chi ha scritto quegli articoli, l’aggettivo serve solamente a suggerire un accostamento pretestuoso tra l’orientamento sessuale e le caratteristiche del “festino”, quali alcol e droga.

Tale accostamento, oltre ad essere tanto limitato e limitante quanto quello con l’atto omicida, introduce ad un’altra questione complessa dal punto di vista socioculturale: quella della “comunità gay”.

Esiste una comunità gay?

Se si considera il significato linguistico del termine “comunità”, inteso come “insieme di persone unite tra di loro da rapporti sociali, linguistici e morali, vincoli organizzativi, interessi e consuetudini comuni”, allora si può affermare che in effetti una comunità gay esista.
Tuttavia, non dimentichiamo che una qualunque comunità è sempre epifenomeno di una comunità intesa in senso macroscopico, che può essere quella nazionale, internazionale (ad esempio quella europea) o mondiale, fino ad arrivare a quella degli uomini e delle donne nel senso più generale possibile, di cui anche la famigerata “comunità gay” condivide gli aspetti più intimi.

Siamo fatti e fatte della stessa sostanza, di aspetti più adattivi, altri meno, ed è l’intreccio specifico di geni e ambiente in cui un individuo vive a determinare la sua irripetibile unicità.
E’ la cultura cui si fa riferimento a offrire una lente attraverso la quale leggere il mondo ed è chiaro che alla base di questo magma mediatico sul caso Varani ci sia uno scontro tra culture diverse.
Ciò che è in discussione è il fronte della tolleranza, dell’uguaglianza nel rispetto delle singole diversità, della liberazione sessuale, della parità dei generi e di tutto quel panorama culturale che affonda le sue radici nella lotta al razzismo e al sessismo, oltre che nel femminismo.

Detto questo, si può dare orgogliosamente il nome che si preferisce a una cultura simile, sia anche quello di “cultura gay”.

Luca Varani si offre come specchio e, allo stesso tempo, come spettro di una società permeata da una ristrettezza di vedute e alimentata da una serie di fobie che portano al martirio mediatico di un ragazzo già morto.

Per chiudere, alcuni spunti di riflessione:

che non sia questa stessa cultura a doversi interrogare su alcuni aspetti non indifferenti di questo episodio?

Che non sia l’ignoranza dilagante quella che porta Foffo a doversi giustificare con l’alcol e la droga per un presunto legame sessuale, se non affettivo, con Prato che lo qualificherebbe socialmente come omosessuale?

Certamente, lui non conta perché è un folle omicida. Bene.
E non può essere stata questa stessa ignoranza ad aver presumibilmente portato Luca a ricercare sesso a pagamento, piuttosto che viverselo alla luce del sole e non come una merce di scambio in nero?
E come la mettiamo con la circolazione di quantità tanto ingenti di sostanze stupefacenti a fronte di denaro, oltre che con la sua associazione arbitraria al sesso libero, come se fossero corresponsabili di un omicidio?

Il sesso libero (attenzione: libero da pregiudizi, non da precauzioni) è ancora visto come qualcosa di così torbido?

Magari le coscienze dovrebbero prima di tutto rispondere a questo.

Magari.

Christopher Pacioni

slogan Omofobo della Melegatti: l’azienda chiede scusa

melegatti-593x443La Melegatti ha pubblicato su Facebook e Twitter un’immagine pubblicitaria con lo slogan “Ama il tuo prossimo come ami te stesso… basta che sia figo e dell’altro sesso!”.

Uno slogan tutt’altro che innocente e alquanto discriminatorio.

In seguito alle proteste del pubblico social la Melegatti si è scusata dicendo che Con riferimento al post di questa mattina, Melegatti S.p.A. chiarisce che la gestione della comunicazione sui social è affidata ad un‘agenzia esterna che ha pubblicato senza autorizzazione da parte dell’Azienda Melegatti S.p.A. si dissocia dall’operato di tale agenzia che ovviamente è stata sollevata dall’incarico e si scusa formalmente con chiunque si sia sentito offeso dal contenuto.Da 121 anni Melegatti è per tutti.

Un clamoroso errore di leggerezza o una montatura ad hoc per far parlare dell’azienda?