Lettera al Sindaco di Firenze Dario Nardella nel giorno del Toscana Pride

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Oggi, in occasione del Toscana Pride – Parata dell’orgoglio lgbt a Firenze,  abbiamo consegnato al Sindaco Dario Nardella una lettera di protesta riguardo le motivazioni (sic!) che lo hanno portato a rifiutare il patrocinio el Comune al Pride.

Eccone il testo:

Al primo cittadino di Firenze Dario Nardella,

Siamo un gruppo romano di persone lesbiche, gay, bisessuali, transgeder, intersex ed etero impegnate  nell’informazione sulle tematiche LGBTI e nella diffusione di servizi utili tanto per il benessere quanto per la salute sessuale dell’individuo.

Le scriviamo in merito alle motivazioni da Lei addotte per negare il patrocinio al Toscana Pride, presentato quale evento politico “che divide”.

Il “Toscana Pride”, come ogni altro Pride in Italia e nel resto del mondo, è un momento di commemorazione dei movimenti di lotta che nel 1969 videro per la prima volta le persone LGBTI combattere per i diritti negati: gli stessi diritti umani di ogni altro cittadino e cittadina.

I diritti umani non hanno colore politico ma sono universali come ribadito nel Manifesto del Toscana Pride e come riconosciuto dalla Dichiarazione dei diritti umani che anche l’Italia ha firmato,  come sanno bene le centinaia di Istituzioni, italiane e internazionali, che hanno patrocinato i Pride del Paese. Anche a Roma – dopo quelli delle ambasciate statunitense, francese, canadese e tedesca – il nostro comune commissariato si è sentito in dovere di dare il patrocinio.

Le ricordiamo che secondo la Disciplinare delle attività di rappresentanza istituzionale del sindaco e della giunta del comune di Firenze “Il patrocinio può essere concesso dal Sindaco a quelle iniziative e manifestazioni che coinvolgano parte o tutto il territorio comunale o abbiano una rilevante ricaduta per il territorio e la comunità cittadina e che presentino almeno uno dei seguenti requisiti:

  1. Siano pertinenti ai settori di attività di competenza dell’Ente;
  2. Siano corrispondenti alle esigenze di particolare valore sociale, morale, culturale, celebrativo, educativo, sportivo, ambientale ed economico che il Comune di Firenze rappresenta” (art. 2, c. 2)”.

Il Toscana Pride, come ogni marcia dell’orgoglio, è una manifestazione che risponde oggettivamente a pieno titolo a questi requisiti, riteniamo dunque che la Sua motivazione contraria non sussista, a meno che non esprima – quella sì – un punto di vista politico che Lei, in quanto Primo Cittadino, non può permettersi perché rappresenta l’intera cittadinanza e non solo quella parte di elettorato che l’ha votata.

Ci appare inaccettabile anche la dichiarazione del Capogruppo PD Angelo Bassi il quale, nel sostenere  la Sua decisione, è arrivato a presentare il Pride come un evento divisivo affermando  “Quanto al Gonfalone le nostre idee sono chiare: sfila nei cortei se ci sono temi che uniscono” come se l’uguaglianza e la parità dei diritti fossero mere opinioni e dunque soggette all’agone politico, e non  principi universali e imprescindibili.

Pur apprezzando il gesto di avere esposto la bandiera arcobaleno sulla facciata di Palazzo Vecchio per ricordare le vittime della strage di Orlando riteniamo che sia ipocrita esprimere vicinanza ai morti e alle morte di quella strage mentre non si reputa opportuno sostenere le iniziative per i diritti di chi è in vita.

Veniamo a consegnarle con questa lettera tutto il nostro sdegno per una decisione arbitraria e omofoba.
Anddos-Gaynet Roma

Le unioni civili ora sono legge

di Valerio Mezzolani

fonte: gaynews.it
I numeri sono noti: 372 favorevoli, 51 contrari e 99 astenuti. “La Camera approva” alla fine di un pomeriggio che ha visto il governo incassare anche i 369 sì alla fiducia.

Sono arrivati i voti dei verdiniani di Ala e persino i voti di cattolici come Paola Binetti (se ce lo avessero predetto mesi fa ci saremmo messi a ridere), per via delle alleanze di maggioranza e per lo stralcio della stepchild adoption che ha ha fatto seguito, in Senato, alla rottura del patto col M5S che si rifiutò di sostenere il noto “canguro”. Il gruppo dei pentastellati alla Camera, ieri, ha deciso di astenersi.

Una deputata PD come Michela Marzano ha votato sì annunciando l’uscita dal PD in polemica con una legge importante ma “già vecchia”. Deputate berlusconiane come Laura Ravetto o le ex ministre Prestigiacomo e Carfagna hanno assicurato il sì al provvedimento contro le indicazioni del proprio gruppo.

Oggi, il giorno dopo, si sono infine riuniti i deputati contrari alle unioni civili per annunciare la campagna per il referendum abrogativo. Tra gli altri, l’allegra brigata era composta da Eugenia Roccella, Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi di Idea, Maurizio Gasparri e Lucio Malan di Forza Italia, Gian Marco Centinaio e Nicola Molteni della Lega, Francesco Bruni e Lucio Tarquinio dei Conservatori e Riformisti, Fabio Rampelli ed Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia, Gian Luigi Gigli e Mario Sberna di Ds-Cd, Guglielmo Vaccaro di Italia Unica e il presidente della Commissione Lavoro del Senato Maurizio Sacconi.

Matteo Salvini, ha invitato i primi cittadini del Carroccio alla disobedienza: “Sindaci della Lega disobbedite a una legge anticamera delle adozioni gay”. Ma per il premier questo è impossibile: “Non lo può fare nessuno. Nessuno ha il diritto di disapplicare la legge, persino il magistrato si ferma davanti alla legge”. E la candidata della destra a sindaco di Roma, Giorgia Meloni, pur annunciando il suo voto contrario alla legge, gela l’alleato Salvini: “Se dovessi diventare sindaco rispetterò la legge”. La stessa posizione è espressa dal candidato sindaco del centrodestra a Milano, Stefano Parisi: “Io ho sempre detto che bisogna applicare la legge. Un sindaco deve agire senza fare atti dimostrativi. Se c’è una legge bisogna applicarla. Se fossi sindaco di Milano applicherei la legge”. Ma iniziano a giungere notizie di alcune decine di sindaci che chiedono di poter ricorrere all’obiezione di coscienza.

Tralasciando le tristi polemiche di questi mesi e il codazzo di prevedibili polemiche similari, nella giornata di ieri il vero, unico momento da ricordare per il movimento LGBT italiano sarà il momento del voto e il successivo, caloroso applauso dei parlamentari che si sono alzati in piedi e hanno guardato negli occhi i rappresentanti del movimento presenti in tribuna. Un riconoscimento, seppur piccolo, del Parlamento a chi era lì in piccola rappresentanza di un popolo che tanto ha sofferto e lottato, per decenni.

Il sit-in in piazza di Montecitorio, all’annuncio del “sì” è scoppiato in un applauso: la gioia per la vittoria di una battaglia non ha però fatto dimenticare che questo è solo un tardivo e piccolo traguardo, la battaglia riprende. La fontana di Trevi illuminata dalla proiezione di una bandiera arcobaleno, che ha concluso la manifestazione a cui ha partecipato anche la ministra Boschi, è stata la conclusione di un momento di festa meritata.

Non è quello che volevamo, non è quello che meritavamo e lo ha votato persino la Binetti, però è un fatto. Ora la sfida è riprendere la lotta, forti di una nuova coscienza per l’Italia: esistiamo.