Scuola, un grande augurio alla rete “Educare alle Differenze”, sia punto di riferimento per le istituzioni contro ogni discriminazione

Dopo 4 anni di movimento, incontri e dialogo tra oltre 200 realtà territoriali è stata presentata oggi alla Camera dei Deputati la rete “Educare alle Differenze”, che si è costituita ufficialmente come associazione di promozione sociale con l’obiettivo di proseguire in maniera sempre più incisiva l’azione di contrasto alle discriminazioni ed educazione alle differenze nelle scuole, affrontando questioni che vanno dalla parità di genere all’omo-transfobia. Le rete è promossa dalle associazioni Scosse, Stonewall e Progetto Alice, cha hanno lanciato l’iniziativa nel 2014. 

Si tratta di un soggetto nuovo  che unisce associazioni di formatori, formatrici, insegnanti, attivisti e attiviste impegnati nella battaglia per una società più inclusiva, non solo dal punto di vista dei diritti ma anche sul piano concreto dell’educazione e dei messaggi che vengono veicolati alle giovani generazioni nei luoghi della prima formazione. Il tema del prossimo incontro annuale sarà, non a caso, scuola e famiglie.

Il nostro circolo ha avuto già modo di collaborare con le associazioni che oggi costituiscono la rete e ritiene che questo nuovo soggetto costituisca una preziosa opportunità per le istituzioni nazionali per affrontare finalmente i molti temi ancora irrisolti su questo fronte, dando voce all’esperienza di chi sta in prima linea in maniera qualificata e volontaria.

L’Italia, ricordiamo, aspetta ancora il decreto attuativo della legge sulla “Buona Scuola” relativo alle discriminazioni di genere, mentre sul fronte dell’educazione alla sessualità e della prevenzione delle Infezioni Sessualmente Trasmesse rimane purtroppo a livelli incomparabili con il resto dell’Europa, in quanto l’ultima campagna pubblica di prevenzione che si ricordi risale al 2013. Riteniamo – conclude – che l’azione della Rete sarà fondamentale per poter finalmente agire in maniera strutturale nelle scuole di tutta Italia e colmare un’assordante mancanza educativa e di informazioni per il bene delle nuove generazioni.

La giornata della memoria e tutte le vittime dell’olocausto

Il 27 Gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Questa data è stata scelta per commemorare le vittime dei campi di concentramento e di sterminio nazifascisti nella risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º Novembre 2005.

L’Italia aveva già istituito una giornata commemorativa, lo stesso giorno, con la Legge 20 luglio 2000, n. 211 per ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati dell’Olocausto e delle leggi razziali e coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati ebrei, nonché tutti i deportati militari e politici italiani nella Germania nazista.

Mentre nella risoluzione dell’Onu si parla di Olocausto (Holocaust) che, nella lingua inglese, si riferisce tanto alle vittime ebraiche quanto a quelle di altra natura (così secondo il dizionario Merriam-Webster) la legge italiana si riferisce alla shoah e nomina esclusivamente i cittadini ebrei.

Una dimenticanza che sa di censura visto che nei campi di concentramento e di sterminio nazifascisti vennero rinchiuse e uccise oltre alla popolazione ebraica, anche altre persone e gruppi etnici e religiosi ritenuti indesiderabili e per i quali il Terzo Reich aveva previsto e perseguito il totale annientamento: prigionieri e prigioniere di guerra dell’unione sovietica, oppositori politici e oppositrici politiche, persone rom, sinti, jenisch, testimoni di Geova e pentecostali, persone omosessuali, persone malate di mente e portattrici di handicap, come si evince facilmente dalla tavola sinottica dei simboli con cui i prigionieri e le prigionere venivano identificate nei campi.

FireShot Screen Capture #197 - 'Simboli dei campi di concentramento nazisti - Wikipedia' - it_wikipedia_org_wiki_Simboli_dei_campi_di_concentramento_nazisti
schema riassuntivo dei simboli, fonte wikipedia

La giornata della memoria è rivolta, natualmente anche a tutte loro.

Un disegno di legge presentato nella precedente legislatura e ripresentato in quella attuale (22 GENNAIO 2015 Modifiche alla legge 20 luglio 2000, n.211), si propone di annoverare tra le vittime dell’olocausto, oltre a quelle della shoah, anche quelle dei popoli Rom, Sinti e Jenisch (quelli che i nazisti chiamavano zingari bianchi) uno sterminio che in lingua romanì è idicato come Porrajmos, il grande divoramento.
Nessun accenno alle altre vittime nè, tanto meno, a quelle omosessuali.

Massimo Consoli per le vittime omosessuali coniò il termine omocausto.

Bisogna tenere presente che, alla fine della guerra, le persone omosessuali prigioniere nei campi di concentramento e di sterminio non vennero liberate ma tradotte nelle carceri, perchè l’omosessualità era un reato ricosciuto dal Paragrafo 175 del codice civile tedesco, già prima dell’avvento del nazismo, entrato in vigore il 15 maggio 1871,  restandolo fino al 10 marzo 1994.
Le persone omosessuali vennero considerate carcerati comuni e non vittime del nazismo e anche una volta scontata la pena in carcere non si videro ricoscere alcun risarcimento morale o economico.
Massimo Consoli coniò per questo loro le persone omosessuali perseguitate dal nazismo l’efficace espressione omocausto.

Il nazismo si era “limitato” a inasprire le pene previste da quel paragrafo.
Dopo  la fine della guerra la Germania Est (quella “comunista”)  cancellò le aggravanti naziste nel 1950, limitandone successivamente il divieto ai soli rapporti  con le persone minorenni nel 1968, e abolendolo definitivamente nel 1988.
La Germania Ovest (Quella “occidentale”) mantenne invece gli inasprimenti nazisti sino al 1969, quando il paragrafo 175 venne limitato a “casi qualificati”. Attenuato ulteriormente nel 1973 rimase in vigore anche dopo la riunificazione tedesca (tornando in vigore dunque anche nella ex germania dell’Ovest) e abrogato solamente nel 1994.

Ci addolora dover constatare come, ancora oggi, nel 2017, la giornata della memoria si veli di amnesia nella pagina scritta della legge anche se il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso commemorativo, tenuto oggi al palazzo Quirinale, ha ricordato tutte le vittime, anche quelle omosessuali.

Dispiace constatare come la giusta rivendicazione per una memoria inclusiva venga distorta e strumentalizzata ai soliti fini antisemiti dimostrando come omofobia, antisemitismo, razzimo e forme di intolleranza verso tutte le presunte diversità sia viva più che mai e inquini la democrazia di questo Paese.

Anddos Gaynet Roma vuole ricordare tutte le vittime del nazifascismo, nessuna esclusa.

 

 

Alessandro Paesano

Vicepresidente Anddos-Gaynet Roma

Friarielli in guantoni da Boxe

orlandocruzjorgepazosvorlandocruzaysrgs_po7gldi Tom Dacre

Durante una puntata del Grande Fratello Vip (programma su cui non mi esprimo) il pugile Clemente Russo, argento olimpico a Pechino e Londra tra i pesi massimi e concorrente del reality, ha definito  “friariello” un altro concorrente del programma, Bosco Cobos, per sottolinearne l’omosessualità.
L’accaduto, oltre a mostrare l’omofobia del pugile in questione, di certo non fa onore alla nobile arte del pugilato, dove ci sono stati esempi di campioni friarielli, come il peso piuma portoricano, Orlando Cruz, soprannominato El Fenòmeno, ancora in attività, che si è dichiarato omosessuale nel 2012.

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Emile Alphonse Griffith

Altro esempio di campione friariello è l’afroamericano Emile Alphonse Griffith, venuto a mancare nel 2012, che dichiarò la propria bisessualità (eh sì, esistiamo anche noi bisex) tardivamente, nel 2005, anche se era già nota quand’era in attività e quando deteneva il titolo di campione mondiale dei pesi welther, tra il 1962 e il 1968.
Furono per lui anni difficili, non solo Griffith era friariello, ma era pure negro, in un’epoca in cui entrambe le categorie erano discriminate, anche legalmente, nei democratici Stati Uniti d’America: le leggi segregazioniste prevedevano meno diritti civili per la cittadinanza nera e scuole, ristranti bagni pubblici e posti sui mezzi di trasporto dedicati, diversi da quelli delle persone bianche; l’omosessualità in molti Stati dell’Unione era punita con il carcere.

 

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Griffith durante l’icnontro che fu fatale a Benny Paret

Il peso delle discriminazioni cui Griffith era sottoposto fu visibile nel match che gli consegnò il titolomondiale, il 24 marzo del 1962; in quell’occasione l’avversario, Benny Paret, gli diede del marìcon (frocio in spagnolo), credendo così di abbatterlo e sminuirlo, sortendo l’effetto contrario: l’orgoglio e la rabbia di Griffith aumentarono, la forza dei suoi affondi fu enorme, e i suoi colpi, purtroppo, portarono Paret al coma e, dieci giorni, dopo alla morte.
A Griffith l’amarezza per la morte dell’avversario rimase tutta la vita, tuttavia il suo perseverare a partecipare a uno sport nonostante l’odio e le discriminazioni, sono un esempio per la comunità LGBT+ e non solo.

 

Il punk è anche lgbt

image001   di Tom Dacre Nei locali LGBT si ascolta solamente musica pop, senza mai un accenno di metal, nonostante i molteplici artisti LGBT presenti nella scena metal, ne’ un accenno di musica punk, sebbene il punk sia stato molto dissacrante verso gli stereotipi di genere e contro le discriminazioni e il perbenismo e il puritanesimo della società borghese.

Nato a metà degli anni ’70 in inghilterra il punk si mostrò subito come una cultura di rottura, con una musica poco curata, molto veloce e rude, costituita da sonorità semplici e disturbanti, diversa dalle sonorità e dagli accordi ricercati e difficili della cultura rock precedente. La moda punk dissacrava il modo di vestire classico in modo provocatorio: capelli corti, sia per maschi che per femmine, e colorati, giubbini in jeans o in pelle, pantaloni strappati, kilt portati sia da uomini che da donne, collant strappati portati da entrambi i sessi, catene, borchie, lucchetti con catena portati come collana, collari sadomaso, stivali anfibi militari, già nelle prime formazioni punk c’erano artisti dichiaratamente LGBT, come Pete Shelley, il cantante della band punk inglese The Buzzcocks dichiaratamente bisessuale.

image004Uno dei simboli che ha caratterizzato la subcultura punk sin dal ‘77 è la capigliatura con la cresta detta a moicano, spesso colorata, introdotta da Derby Crash, cantante della band punk statunitense The Germs, che era apertamente omosessuale, anche se non è purtroppo una figura nota alle persone LGBT.

Le canzoni punk erano principalmente di provocazione, e parlavano di caos e violenza, anche se la band punk inglese Crass introdusse anche temi più politici e di lotta,  i Crass credevano in una società anarchica, priva di sfruttamento e gerarchie, e le loro canzoni si schieravano contro razzismo, omofobia, sessismo e discriminazioni.

Uno dei sottogeneri più noti del Punk,  l’HardCore Punk (HC Punk), nato in California nell’81 con la band D.O.A, si distingue per le creste colorate, gli abiti provocatori sadomaso e in pelle, oppure per i ben meno vistosi abiti skater, con scarpe larghe da skate, maglie larghe, pantaloncini e cappelli con visiera.
Nella loro musica aumenta la velocità, e la voce diventa molto più stridula,  i temi rimangono comunque quelli di ribellione al sistema e quelli di denuncia al razzismo, al sessismo e all’omofobia, e la critica al sistema capitalista.

image003Tra le band l’HardCore Punk statunitensi una delle più note, gli MDC, ha scritto testi fortemente antiomofobi quali “America So Straight?” e “Pay to Come Along”, e il loro cantante, Dave Dictor, eterosessuale, come critica al sessismo si è esibito anche vestito da donna,  e ha appoggiato molto le battaglie della comunità LGBT.

Nonostante molti artisti punk sia etero che queer abbiano appoggiato la comunità LGBT, purtroppo nella comunità LGBT sono in pochissimi ad apprezzare questo tipo di musica e la sua cultura. Ci auguriamo che questa tendenza possa cambiare e che molte persone LGBT si interessino a tale cultura che, con le sue provocazioni e la sua musica, ha dato loro un grande appoggio.

La subcultura skinhead non è omofoba nè di destra

di Tom Dacre

baby skin Spesso si fa l’errore di associare la subcultura skinhead al nazifascismo e all’estrema destra, complice la stampa che spesso affibbia la parola “skinhead” a gruppi neonazisti e neofascisti.
Nulla di più sbagliato.
Lo stile skinhead, nato alla fine degli anni’60, sorse dalle periferie britanniche abitate dalla working class sia locale che immigrata dalle colonie, quindi si tratta di uno stile antirazzista, vicino anche alle idee di sinistra essendo sorto nella classe operaia.
Caratteristiche di tale stile sono i capelli rasati, dovuti al fatto che gli ambienti di lavoro non erano pulitissimi e i capelli rasati evitavano il rischio di prendere parassiti, gli anfibi, cioè scarpe da lavoro antinfortunistiche e resistenti, e i jeans stretti, molto più comodi dei jeans a zampa d’elefante di moda all’epoca.
Oltre al razzismo non c’è nemmeno traccia di omofobia nel nascente movimento skinheads, tanto che, per fare un esempio, la foto più nota di skinheads dell’epoca, divenuta iconica per tale subcultura, fu scattata dal fotografo dichiaratamente omosessuale Terry Spencer, che non ebbe problemi a relazionarsi con gli skins.GRANDE skinheads-at-piccadilly

Fino alla fine degli anni ’70 gli skinheads ascoltavano principalmente musica reggae, rock steady e ska; con l’arrivo della musica punk cominciarono ad ascoltare anche questo genere, iniziando anche a produrre un proprio stile di punk, dalla musica più rozza e più lenta, e con la voce più rude, detto punk-oi genere che arrivò anche in Italia nei primi anni ’80 con la band Nabat.
Dall’arrivo del punk-oi in Italia nacquero numerose band skins, tra le quali ricordiamo i Los Fastidios, band dichiaratamente antirazzista e antifascista, formatasi a Verona nel 1991, che con la canzone “Johnny and the Queer Boot Boys” si schiera contro l’omofobia.

 

Il problema dei naziskin purtroppo sorse alla fine degli anni’80, quando il National Front (Fronte Nazionale), partito dell’estrema destra inglese, cominciò a fare propaganda tra le curve degli stadi, frequentate da molti skins, incolpando immigrati e stranieri dei problemi della Gran Bretagna.
Molti skins cedettero a tale propaganda, non solo razzista ma anche omofoba, facendo nascere il fenomeno dei naziskin. A causa delle loro azioni violente e razziste i naziskin sono finiti nei fatti di cronaca, e i giornalisti hanno associato lo stile naziskin a quello skinhead ignorando che esso non solo aveva altre origini, ma anche che la maggior parte degli skins non aderirono alle idee di estrema destra dei naziskin.
In contrapposizione ai naziskin, e per riportare lo spirito antirazzista e working class al centro della scena punk-oi, nacque negli anni ’90 negli USA il movimento SHARP SkinHeads Against Racial Prejudice, (“Skinhead contro il pregiudizio razziale”) che dagli States si espanse velocemente in Europa e nel resto del mondo. SHARP reca come simbolo l’elmo troiano, ripreso dai vinili della Trojan Records una casa discografica che produceva vinili reggae, rock steady e skai.mural_sharp_skinheads_against_racial_prejudice
Nota fu la presa di posizione del cantante della band punk-oi gallese The Oppressed, Roddy Moreno, che ebbe a dire: Nessuno skinhead veramente tale è razzista. Senza la cultura giamaicana gli skinhead non esisterebbero. È stata la loro cultura, mischiata a quella della working class britannica, a fare dello skinhead ciò che è.

Altro movimento che nacque in contrapposizione ai naziskin, e per riportare al centro della scena punk-oi l’antirazzismo e l’unione della working class, inserendo anche ideali anticapilisti dell’estrema sinistra quali comunismo e anarchia, fu il movimento RASH Red&Anarchist Skinheads (Skinhead Rossi & Anarchici), nato a New York nel 1993 caratterizzato dal simbolo delle tre frecce, mutuato dalle formazioni antinaziste storiche presenti in Germania che combatterono il nascente nazismo prima che questo prendesse il potere, e che rappresentano la Libertà, l’Uguaglianza e la Solidarietà.
Anche il movimento RASH si diffuse presto in Europa, e anche al di fuori di essa, e attualmente in Italia sono presenti sia il movimento SHARP che il movimento RASH.

Nella subcultura skinhead, non sporcata da razzismo e politica di estrema destra, non ci sono discriminazioni verso persone omosessuali, bisessuali e transessuali.

E’ un peccato che molte persone LGBT non si avvicinino a questa subcultura a causa dei suoi apparenti legami con il nazifascismo, ipotizzati dal cattivo giornalismo.

Il metal lgbtqi

di Tom Dacre

L’immagine data delle persone lgbtqi dalle associazioni in genere e nella comunicazione massmediale non ha nulla a che fare con la musica metal, anzi è spesso vicina alla cultura pop, a volte dovutamente (è nota la vicinanza di popstar quali Madonna, Beyoncè e Lady Gaga alle lotte lgbtqi), altre volte senza alcun motivo (non si capisce perché ai pride si debbano sentire musiche di Lorella Cuccarini, che ha più volte espresso pensieri contrari verso le rivendicazioni di lesbiche, gay e bisessuali, o di Britney Spears, sostenitrice di George Bush, che definire non gayfrendly è un eufemismo…).

Eppure nella musica metal non solo è difficile trovare canzoni che inneggino all’omofobia, ma sono anzi presenti anche testi che parlano di rapporti omosessuali, e ci sono anche musicisti di alto livello, tra i più conosciuti nell’ambiente metal, dichiaratamente omo o bisessuali.

Ne elenchiamo giusto i 3 più noti:

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Roddy Bottum, tastierista dei Faith No More, band statunitense che mischia la new wave con l’heavy metal, il punk HC e l’alternative rock, si è dichiarato omosessuale, e ha scritto la canzone Be Agressive, dove parla del praticare sesso orale a un uomo.

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Gaahl, per anni frontman dei Gorgoroth, band blackmetal norvegese,  è dichiaratamente omosessuale ed è considerato uno dei più grandi cantanti black metal.

 

 

 

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Rob Halford, frontman dei Judas Priest, gruppo britannico Heavy Metal, considerato il miglior cantante metal, tanto da essere chiamato “the master of metal”, è dichiaratamente omosessuale.

 

 

Questi tre artisti, non solo non hanno mai nascosto il proprio orientamento sessuale, ma hanno anche combattuto contro l’omobitransfobia, e a favore dei diritti delle persone lgbtqi, il loro orientamento sessuale è conosciuto dai loro e dalle loro fan, che, per quanto non proprio compatibili all’immagine delle persone lgbtqi data dalle associazioni, non si azzarderebbero mai a compiere atti di omofobia (cosa che non si potrebbe giurare da parte di alcune delle persone modaiole e discotecare…).
Tuttavia le associazioni lgbtqi continuano a non fare richiami al metal nelle loro pubblicità, né incoronerebbero mai le tre sovra citate icone gay del metal, come invece fanno con personaggi lontanissimi dalle lotte lgbtqi quali Britney Spears o Paris Hilton.